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il problema dell’Italia non è l’euro, è la spesa pubblica

Di Daniele Lacalle

traduzione di Francesco Simoncelli

Il governo italiano ha creato l’ennesima turbolenza nei mercati europei con la sua proposta di bilancio 2019.

Con un enorme aumento della spesa, ha stimato un disavanzo del 2.4% per il 2019 rispetto al precedente obiettivo dello 0.8% e l’1.6% annunciato dal ministro delle finanze.

Non solo rappresenta un enorme aumento in un Paese che ha già un rapporto debito/PIL al 131%, ma una breve analisi delle entrate fiscali stimate mostra che la cifra presentata è semplicemente irraggiungibile. La maggior parte degli analisti indipendenti ha evidenziato la presenza di ricavi stimati eccessivamente ottimistici, sollevando il timore di un ulteriore deficit finanziario di €14 miliardi.

Il mercato azionario di Milano è crollato, le banche hanno visto la sospensione dei loro titoli in borsa dopo cali del 6-7%, i rendimenti obbligazionari sono saliti ed il decennale italiano è sceso al livello peggiore da un anno a questa parte nonostante gli interventi della Banca Centrale Europea.

Questo è ciò che accade quando un Paese con enormi problemi interni vuole una soluzione magica: spendere molto di più ed aumentare i deficit.

Molti hanno commentato che questo è il “prezzo della sovranità”. Qualcuno deve illuminarmi su come si possa conseguire la sovranità aumentando il debito ed aumentando le spese correnti.

Chiunque creda che aumentare gli squilibri e minacciare di default l’euro sia la soluzione sta sognando, perché l’Italia ha di fronte miliardi in scadenze e le banche sono gravate da enormi prestiti non-performanti e titoli di stato.

La prospettiva di controlli sui capitali, corse agli sportelli delle banche e fallimenti a catena è il minimo che ci si possa aspettare.

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Il più grande problema delle “nuove” proposte è che incarnano gli stessi vecchi errori che non hanno mai funzionato. Le massicce sovvenzioni e la spesa politica non sono strumenti per la crescita, ma la ricetta per la stagnazione e, in definitiva, aggiustamenti più grandi e più dolorosi nel lungo termine.

‘Italia è stata uno dei principali beneficiari del programma di acquisto di obbligazioni della BCE. Nonostante l’enorme bolla e la compressione dei rendimenti delle obbligazioni creata dalla politica di quantitative easing, i rendimenti dei titoli italiani sono saliti alle stelle. Immaginate la stessa situazione al di fuori della zona Euro e con una banca centrale impegnata a copiare l’Argentina e le politiche monetarie turche, come hanno fatto la Spagna o l’Italia prima dell’euro.

L’enorme peso del debito italiano non è una conseguenza della cosiddetta “austerità”. È fuorviante definire come austerità una spesa pubblica al 48.9% del PIL nel 2017. La spesa pubblica in percentuale del PIL in Italia è stata in media del 49.83% dal 1990 fino al 2017.

La mostruosa spesa pubblica che l’Italia sta proponendo non è la soluzione. Inoltre sarebbe impossibile al di fuori dell’euro, con la consapevolezza storica che la banca centrale perseguirebbe una politica inflazionistica (distruttiva per il potere d’acquisto) come è avvenuto negli anni precedenti all’euro.

I problemi economici dell’Italia sono auto-inflitti, non sono causa dell’euro.

  • L’Italia ha visto più governi dalla seconda guerra mondiale di qualsiasi altro Paese nell’Unione Europea.
  • I governi di tutti i colori hanno costantemente promosso “imprese di bandiera” inefficienti ed aziende semi-statali a spese delle piccole e medie imprese, della competitività e della crescita.
  • Le rigidità del mercato del lavoro sono rimaste tutte lì dov’erano, lasciando alta disoccupazione e differenze tra le regioni.
  • Un sistema finanziario incentivante perverso in cui le banche sono state incentivate a concedere prestiti a società statali obsolete ed indebitate nelle loro disastrose acquisizioni, in municipalizzate inefficienti, così come finanziare ingenti spese pubbliche locali e nazionali. Ciò ha portato alla più alta cifra di prestiti non performanti in Europa.
  • Un sistema legale da incubo che rende praticamente impossibile riacquisire beni da crediti inesigibili, facendo salire i prestiti non performanti e gli investimenti improduttivi.
  • Un fiorente ecosistema delle esportazioni e delle piccole imprese è stato costantemente limitato dalla tassazione e dalla burocrazia. Ciò ha ridimensionato le aziende fiorenti, spingendole ad andare fuori dall’Italia.

Per questo motivo la spesa pubblica ha continuato a salire ben al di sopra delle entrate. Poiché l’Italia, come Spagna e Portogallo, ha deciso di penalizzare i settori ad alta produttività con l’aumento delle imposte, i ricavi sono diminuiti mentre le spese sono salite. L’Italia, come tanti Paesi nella periferia dell’UE, ha creato un massiccio effetto “crowding out” nei confronti del settore privato. Non è un caso se la maggior parte dei cittadini in Italia, come in Spagna o Portogallo, preferisca essere dipendente pubblico piuttosto che imprenditore.

Nessuno di questi problemi verrà risolto dalla nuova scelta di bilancio. Verranno ivnece aggravati dall’aumento massiccio dei trasferimenti del welfare e dei sussidi.

Non c’è da meravigliarsi se, mentre le compagnie private sono riuscite a sopravvivere e migliorare “nonostante la preponderanza dello stato”, i prestiti non performanti ed i debiti siano aumentati vertiginosamente.

Molti incolpano l’euro… come se lo stesso effetto crowding out non si verificherebbe al di fuori della moneta unica. L’unica differenza è che al di fuori dell’euro, il governo italiano distruggerebbe i risparmiatori ed i cittadini attraverso continue “svalutazioni competitive”, le quali sono state la causa delle debolezze economiche del passato. Le continue svalutazioni non hanno reso l’Italia, la Spagna o il Portogallo più competitivi, li hanno resi perennemente poveri e hanno perpetuato i loro squilibri.

La corruzione costa all’Italia €60 miliardi all’anno, pari al 4% del suo PIL. Un problema che riguarda anche la Spagna. Aumentare i fondi per i politici aumenta solo il clientelismo, gli interessi speciali e gli incentivi perversi.

Le svalutazioni non sono mai state uno strumento per la competitività, ma uno strumento per il clientelismo. E questo ha spinto l’Italia alla stagnazione.

Incolpare l’euro non salverà l’Italia. Aumentare gli squilibri che hanno portato alla stagnazione peggiorerà la sua delicata situazione.

Le soluzioni magiche non funzionano mai. Ciò di cui l’Italia ha bisogno è di ridurre gli incentivi perversi, gli interessi speciali e smettere di sovvenzionare i settori a bassa produttività penalizzando quelli ad alta produttività.

Il problema dell’Italia è la spesa pubblica e questo budget ne intensificherà la gravità.

il rischio di una crisi fiscale

di Daniel Lacalle*

Traduzione di Francesco Simoncelli

La coalizione populista in Italia ha presentato un programma “economico” e una minaccia all’Unione Europea che fanno sembrare la Grecia una passeggiata nel parco.

Iniziamo con la realtà.

I problemi economici dell’Italia sono principalmente auto-inflitti, e non a causa dell’euro.

  1. Sin dalla seconda guerra mondiale, l’Italia ha visto più governi di qualsiasi altro Paese nell’Unione Europea.
  2. I governi di tutti i colori hanno costantemente promosso “campioni nazionali” inefficienti e corporazioni gestite dallo stato a spese delle piccole e medie imprese, della competitività e della crescita economica.
  3. Le rigidità nel mercato del lavoro sono rimaste, lasciando una disoccupazione alta ed enormi differenze tra le regioni.
  4. Un sistema finanziario perverso, in cui le banche sono state incentivate a concedere prestiti a società statali obsolete e indebitate, a municipalizzate inefficienti, ed a finanziare ingenti spese pubbliche locali e nazionali. Ciò ha portato alla più alta cifra di prestiti non performanti in Europa
  5. Un sistema giudiziario da incubo che rende praticamente impossibile riacquisire asset da crediti inesigibili, facendo schizzare in alto i prestiti non performanti e gli investimenti improduttivi.
  6. Un fiorente ecosistema di esportazioni e piccole imprese è stato costantemente azzoppato dalla tassazione e dalla burocrazia. Ciò ha ridimensionato fortemente le aziende fiorenti, le quali sono andate attivamente alla ricerca di fortuna al di fuori dell’Italia.

Per questo motivo la spesa pubblica ha continuato a salire ben al di sopra delle entrate. Poiché l’Italia, come Spagna e Portogallo, ha deciso di penalizzare i settori ad alta produttività con l’aumento delle imposte, le entrate sono diminuite mentre le spese hanno continuato a salire. L’Italia, come tanti Paesi nella periferia dell’Europa, ha creato un massiccio effetto “crowding out” alimentato dal settore pubblico a scapito di quello privato. Non è un caso se la maggior parte dei cittadini in Italia, come in Spagna o in Portogallo, preferisca essere dipendente pubblico piuttosto che imprenditore.

Non c’è da meravigliarsi se, mentre le compagnie private sono riuscite a sopravvivere e migliorare “nonostante lo stato”, i prestiti a debito e non performanti siano aumentati vertiginosamente.

Adesso si dà la colpa all’Euro. Come se lo stesso effetto “crowding out” non sarebbe accaduto senza di esso. L’unica differenza è che al di fuori dell’euro il governo italiano avrebbe distrutto i risparmiatori e i cittadini attraverso continue “svalutazioni competitive”, le quali sono state la causa delle debolezze economiche del passato. Le continue svalutazioni non hanno reso l’Italia, la Spagna o il Portogallo più competitivi, li hanno resi perennemente poveri e hanno perpetuato i loro squilibri.

Quali soluzioni offrono i populisti? Più della stessa cosa che finora ha fallito.

n un documento intitolato “Welcome to Fantasyland”, l’analista indipendente Gianluca Codagnone di Fidentiis spiega: “Alcune affermazioni sono oscure. Intendo letteralmente, come il cosiddetto ritorno allo spirito pre-Maastricht (uh?), mentre altre dichiarazioni implicano opzioni incostituzionali (17 e 18). L’abrogazione del debito per €250 miliardi, che era nella prima versione, è stata sostituita dalla richiesta che il debito detenuto dalla BCE dopo il QE non venga contabilizzato nel rapporto debito/PIL. La clausola di uscita dall’euro è stata sostituita da una richiesta di piena rinegoziazione dei trattati UE (fiscal compact, six pack, debito detenuto nell’Eurosistema, politica monetaria e così via). Ma, soprattutto, le misure delineate comporterebbero un ulteriore deficit di circa €130 miliardi entro il 2020, portando il deficit/PIL nel 2020 all’8%”. 

L’Italia ha dimostrato che accettare la tesi populista dell’austerità (inesistente) e aumentare gli squilibri al fine di contenere il crescente contraccolpo politico, ha creato solo più eccessi.

L’Italia non ha visto nessuna austerità, solo un moderato controllo del budget.

L’austerità inesistente ha portato alla follia. I partiti populisti si comportano come quei bambini che ricevono un balocco se smettono di comportarsi male; invece continuano a comportarsi male perché pensano che ne riceveranno di più.

La cosa divertente è che milioni di italiani e di europei pensano che le loro pensioni, i loro stipendi pubblici e la loro assistenza sanitaria sarebbero gli stessi, o verrebbero aumentati, in caso di default e uscita dall’euro.

Non c’è un solo caso nella storia in cui un default e un’uscita come quella italiana non abbiano generato tagli enormi. Non c’è un singolo caso in cui lo stato sociale non sia stato tagliato in maniera massiccia in termini reali con la svalutazione. Chiunque pensi che sia una grande idea dovrebbe rivedere la storia.

Ancora più importante, anche se queste misure venissero accettate dall’Europa, creeranno un effetto domino con altri stati che seguiranno lo stesso cammino, distruggendo infine l’Unione Europea nella prossima crisi del debito.

Nei prossimi 6-8 anni l’Italia deve affrontare circa €350 miliardi in scadenze del debito, oltre €300 miliardi di crediti in sofferenza e circa €65 miliardi in scadenze di debiti delle maggiori società italiane.

 

Un default effettivo significherebbe la bancarotta della previdenza sociale, delle pensioni, il crollo dei salari pubblici e dei risparmi (poiché gli effetti ricadrebbero principalmente sui risparmiatori italiani). Ma la bancarotta del sistema bancario e l’aumento dei rendimenti obbligazionari porterebbero all’esaurimento del credito per le imprese e le famiglie, indipendentemente da come possano reagire gli esportatori. Uscire dall’euro significherebbe un’enorme svalutazione e un domino di fallimenti.

I problemi dell’Italia, o della Spagna, o di qualsiasi altra nazione europea, non vengono risolti distruggendo il Paese e la valuta. In questo scenario, mi sembra quasi ingenuo che la Commissione Europea pensi di collocare obbligazioni “sicure” che impacchettano il debito pubblico mentre i politici pensano che le uniche soluzioni siano il default o ulteriori squilibri.

La Commissione europea vuole raggruppare il debito di diversi stati in “obbligazioni sicure” mediante un prodotto strutturato, l’ESBie. Nessuno ci pensava prima, ovviamente (ironia).

“Solo gli investitori privati ​​condividono i rischi e le perdite”, afferma il progetto della Commissione. Questo nuovo esempio di subprime mostra che la Commissione Europea non capisce che impacchettare le obbligazioni tedesche con le obbligazioni greche non rende la Grecia più sicura, ma la Germania più rischiosa.

Standard & Poor’s ha già dichiarato che non concederà agli ESB il rating più alto, che è quello che vuole la Commissione Europea e, al limite, darebbe loro il bollino peggiore tra le tranche senior. Le agenzie di rating hanno già commesso l’errore di fornire rating di credito ingiustificati a causa di una presunta garanzia statale (Freddie Mac e Fannie Mae, i più grandi concessori di mutui erano e sono pubblici).

Gli ESB (European Safe Bonds) sono una nuova dimostrazione di quanto poco l’Europa comprenda rischi, mercati e realtà. Il programma della coalizione italiana di estremisti è la dimostrazione che il populismo non è il solo problema.

la scuola austriaca di econonomia for dummies terza parte: i rischi di una crescita economica indotta da un espansione monetaria

Nelle economie moderne non è solo l’interazione tra risparmiatori ed imprenditori a determinare il tasso di interesse ma c’è la presenza ingombrante della Banca Centraleche, come abbiamo visto, ha il potere di manipolare i tassi di interesse a breve creando denaro dal nulla. Che cosa succede quando la Banca Centrale decide di attuare una politica monetaria espansiva ed abbassa artificialmente i tassi diinteresse? Da una parte abbiamo i risparmiatori che, a fronte di un tasso d’interesse minore, decidono di diminuire i risparmi reali e aumentare i consumi presenti. Se il tasso d’interesse è molto basso l’incentivazione diventa ancora più perversa ed è possibile che le famiglie non risparmino proprio niente e ricorrano anzi allo strumento del credito per finanziare ulteriori consumi. Questo è proprio ciò che è successo negli Stati Uniti dopo il 2000.

Dall’altra parte abbiamo invece gli imprenditori che interpretano il calo del tasso d’interesse in maniera opposta. Ritengono, infatti, che le famiglie stiano ora risparmiando e che saranno quindi pronte ad aumentare i consumi nel prossimo futuro . Il tasso d’interesse molto basso fa sì che numerosi progetti d’investimento che erano stati inizialmente giudicati fallimentari ora siano visti come profittevoli. Non solo aumentano gli investimentioltre la capacità di risparmio (overinvestment) ma questi vengono indirizzati versoprogetti a lungo termine che sono destinati a fallire (malinvestment).

Tornando all’esempio del canale, immaginiamo di avere un supervisore che è incaricato di segnalare ogni giorno il livello d’acqua presente nella cisterna esupponiamo che costui decida di mentire ed annunciare che il serbatoio si è riempito velocemente negli ultimi giorni ed è ora colmo. La realtà è diversa: la botte è pienasolo a metà ma questo non lo sa nessuno. Le famiglie sono raggianti. Se la cisterna si è riempita così velocemente, questo significa che possono usare più acqua ed allo stesso tempo iniziare a costruire il canale. Passano i giorni e sempre meno acqua viene versata nella cisterna mentre sempre più persone vi attingono per bere. Tutto questo mentre il supervisore continua a segnalare che la botte è quasi piena e c’è acqua per tutti. Sembra cominciato unperiodo di prosperità e abbondanza.

Presto, però, i nodi vengono al pettine: non è possibile che ogni giorno vi sia sempre un prelievo netto d’acqua dalla cisterna senza che questa si svuoti velocemente! l’acqua non è già finita ne è comunque rimasta molto poca e quando la truffa diviene chiara bisogna forzatamente abbandonare a metà il progetto del canale e diminuire iconsumi per ristabilire una soglia di sicurezza.

Ricapitolando, una diminuzione del tasso d’interesse dovuta a un’espansione monetaria “tira” la struttura del capitale in due direzioni: nella sua parte terminale,per far fronte a un aumento dei consumi e in quella iniziale, per far fronte
all’aumento degli investimenti. Chiaramente questo tipo di crescita non è sostenibile a lungo e la situazione è destinata a tradursi in un boom che, dopo un certo periodo, si tramuta inevitabilmente in recessione.

In  conclusioneil malinvestment non è caratterizzato solo da cattivi investimenti finanziari o da qualche progetto imprenditoriale fallimentare. Quello che accade durante un boom è che (quasi) tutti gli imprenditori commettono errori, dando avvio a progetti grandiosi e ambiziosi, espandendo la produzione e puntando su progetti molto rischiosi. Ilmalinvestment sbilancia l’intero sistema economico attraendo risorse in settori improduttivi, espandendo la produzione di merci che poi resteranno invendute eattraendo milioni di lavoratori in aziende che sembrano avere un futuro radiosomentre in realtà andranno incontro al fallimento.

Una situazione rischiosamente vicina a quella attuale

scuola austriaca di economia per dummies prima parte

Possiamo immaginare il sistema economico come un criceto che sta correndo all’interno di una ruota girevole. Difficilmente il nostro roditore conoscerà sin dasubito il suo “ritmo aerobico” di corsa per cui dovrà arrivarci per tentativi, aumentando la sua velocità e poi rallentando per riposare. Man mano che corre, poi,allenerà il fisico e questo gli consentirà di aumentare gradualmente le sue prestazioni.

A un certo però punto interveniamo noi e decidiamo, quando il criceto inizia a rallentare, di stimolare il suo metabolismo somministrandogli dei farmaci (ad esempio delle anfetamine) in modo da migliorare le sue prestazioni.
Ciò che osserviamo è che il criceto riprende a correre più velocemente di prima, almeno sino a quando, esausto, non rallenta nuovamente e si ferma per riposare.

Durante lo sprint il criceto ha mantenuto un ritmo insostenibile per il suo metabolismo e così facendo ha consumato ulteriormente le sue energie, riempiendoinoltre i muscoli di acido lattico. Senza contare che i farmaci sicuramente non gli hanno fatto bene! Se ora il criceto è fermo ed esausto, è forse colpa del suo cattivo metabolismo oppure
una conseguenza del precedente stimolo?Può darsi che una nuova somministrazione di farmaco faccia ripartire il criceto ma il rischio è che proseguendo con le anfetamine e dovendo ogni volta aumentare le dosiper ottenere l’effetto desiderato, si rovini definitivamente la salute del roditore, provocandone la morte.
C’è chi sostiene che regolamentando le somministrazioni possiamo risolvere iproblemi del nostro roditore ma non è certo a suon di stimolanti che si ottiene un criceto sano che corre felice sulla sua ruota!
Spiegata così, non sembra troppo difficile.
E’ importante cercare di capire: il criceto siamo noi.

perchè l’estonia è diventato uno dei paesi più ricchi e innovativi d’europa

Dato che si parla tanto di Flat Tax vi presento un caso virtuoso in questo senso, dovuto solo in parte però alla Flat tax, ma a un insieme di fattori

sintesi  e traduzione di un articolo di Luis Pablo De La Horra *

l’Estonia è l’esempio vivente di come il progresso umano sia strettamente collegato alle libertà economiche. La domanda sul perché alcuni paesi sono ricchi e prosperi mentre altri sembrano condannati al flagello della povertà è in circolazione da secoli. Molti fattori sono stati ritenuti i fattori determinanti della prosperità: geografica, culturale, storica, ecc. Tuttavia almeno dal momento in cui Adam Smith scrisse ” la ricchezza delle nazioni” sappiamo che le istituizioni politiche ed economiche svolgono un ruolo decisivo in questo senso. Il libero commercio, un quadro giuridico affidabile che protegge la proprietà privata e i contratti, il denaro sonante sono requisiti indispensabili per prosperare.
L’affermarsi di istituzioni che promuovono la crescita hanno richiesto centinaia di anni negli Stati Uniti e nel regno unito. Tuttavia negli ultimi decenni abbiamo visto che le le politiche giuste possano accelerare notevolmente questo processo.

l’Estonia è un esempio paradigmatico in questo senso. Il 20 agosto 1991, l’Estonia ha ottenuto  l’indipendenza dopo 51 anni di dittatura comunista. Il paese fu occupato nel 1940 in seguito al patto di non aggressione tra l’Unione sovietica e la Germania nazista in base al quale i due stati totalitari si divisero l’Europa orientale in sfere di influenze. Un anno dopo l’esercito nazista invase l’Unione Sovietica occupando anche l’Estonia fino alla liberazione che avvenne nel 1944.

In seguito al crollo dell’Unione sovietica nel 1990, l’Estonia ottene l’indipendenza dall’Unione Sovietica. Fin dal primo giorno dopo l’indipendenza il nuovo governo si è impegnato a intraprendere riforme orientate al mercato che hanno gettato le basi per una transizione positiva dal socialismo al capitalismo. L’agenda politica comprendeva la riforma monetaria, la creazione di una zona di libero scambio, un bilancio in pareggio, la privatizzazione delle società statali e l’introduzione di una tassa sul reddito a tasso fisso(la cosidetta flat tax).

Queste riforme hanno aperto la strada all’incredibile aumento del tenore di vita che l’Estonia ha avuto dopo l’indipendenza. Oggi l’Estonia è un paese ad alto reddito per la Banca Mondiale ed è membro dell’Unione Europea e dell’Eurozona. Il  potere d’acquisto degli estoni è aumentato del 400% negli ultimi due decenni, nonostante il grave impatto che la crisi finanziaria del 2008 ha avuto sulle economie del paese.  L’aspettativa di vita si è spostata da 66 anni nel 1994 a 77 anni nel 2016.

L’Estonia è classificata tra i primi paesi in termini di libertà economica. Le finanze pubbliche sono salutari, come dimostra il fatto che il debito pubblico è solo al 9.5% del PIL. In termini di mercato del lavoro, il tasso di disoccupazione dell’Estonia è pari al 5,3%, ben al di sotto della media UE. Infine, il suo sistema di tassazione delle imprese efficiente ed attraente (i profitti non distribuiti non sono tassati) ha posto l’Estonia come un centro mondiale per le imprese high-tech, aumentando gli investimenti stranieri e la crescita economica.

Rispetto alle altre ex repubbliche sovietiche, i progressi dell’Estonia sono i più significativi, In termini di reddito pro capite , l’Estonia è al primo posto rispetto a altri paesi dell’ex blocco dell’est come  come la Russia o la Lettonia.Non c’è molta differenza quando si parla di altri indicatori come l’aspettativa di vita o il tasso di mortalità infantile, in cui l’Estonia mostra che il progresso economico ha un impatto reale sugli standard di vita delle persone.

L’Estonia è l’esempio vivente del fatto che il progresso umano è strettamente legato alla libertà economica. Tuttavia, ci sono molti altri. Paesi che non molto tempo fa erano estremamente poveri stanno abbandonando la melma del sottosviluppo e abbracciando la prosperità. Le ricette per la crescita economica e il progresso sono conosciute. L’unica cosa che possiamo fare è diffondere la parola in modo che tutti i paesi abbiano l’opportunità di migliorare i loro standard di vita come fece l’Estonia all’inizio degli anni ’90

*l’autore è prof. di economia all’università di Valladolid

Concludendo analizzando il caso Estone si può vedere come la Flat Tax funzioni può avere un senso, ma se inserita in un contesto di politiche ecomomiche più generali, ma non finanziandola in deficit come qualcuno vuol fare in Italia e restando nell’euro, infatti i pilastri del successo delle politiche economiche estoni sono: Flat tax, pareggio di bilancio, libero scambio, euro

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